mag 022011
 

Come già detto più volte, con KVM si definisce il nuovo hypervisor Linux sponsorizzato principalmente da RedHat; in realtà KVM è un modulo kernel che permette di dialogare direttamente con le CPU dotate di Hardware specifico per la virtualizzazione, in modo da ottenere un “Hardware Virtualization” per ciò che riguarda la CPU; le rimanenti periferiche (ad esempio rete, dischi, porte USB, ecc.) vengono emulate attraverso qemu.
In questo HowTo eseguiremo un setup completo di KVM su Gentoo Linux e lo configureremo per far parte di un cloud OpenNebula.

Installazione di KVM
Partiamo con una installazione base di Gentoo Linux e installiamo i pacchetti necessari per KVM:

emerge -av qemu-kvm usbutils bridge-utils usermode-utilities iptables

Quindi andiamo a modificare la configurazione del kernel. Ammettendo di aver compialto il kernel in maniera manuale, digitiamo:

cd /usr/src/linux
make menuconfig

e abilitiamo il modulo KVM:

[*] Virtualization --->
    --- Virtualization
     Kernel-based Virtual Machine (KVM) support
       KVM for Intel processors support
    < >   KVM for AMD processors support

Io ho abilitato l’estensione per CPU Intel, se avete una CPU AMD ovviamente dovete utilizzare l’altro modulo.
Ora verifichiamo di aver attivato le impostazioni necessarie per la rete:

Device Drivers --->
    [*] Network device support --->
             Universal TUN/TAP device driver support

Networking support --->
    Networking options --->
        <*> 802.1d Ethernet Bridging
        <*> 802.1Q VLAN Support

   Networking options  --->
       [*] Network packet filtering framework (Netfilter)  --->
           Core Netfilter Configuration  --->
                <*> Netfilter connection tracking support
                -*- Netfilter Xtables support (required for ip_tables)
                <*>   "state" match support
           IP: Netfilter Configuration  --->
                <*> IPv4 connection tracking support (required for NAT)

Attiviamo tutti i moduli retalivi ad IPTables, quindi procediamo alla ricompilazione del kernel con:

make && make modules_install && make install

e riavviamo il server.

Installazione dei pacchetti per OpenNebula
Per dialogare con OpenNebula, è necessario installare dei pacchetti aggiuntivi:

echo "app-emulation/libvirt qemu udev" >> /etc/portage/package.use
emerge ruby libvirt sudo dnsmasq virtinst cyrus-sasl dmidecode

Ora andiamo ad aggiungere l’user “oneadmin” e i gruppi “cloud” e “libvirt”:

groupadd libvirt
groupadd --gid 1001 cloud
useradd --uid 1001 -g cloud -d /srv/cloud/one -s /bin/bash oneadmin
usermod -a -G libvirt oneadmin

Quindi modifichiamo il file /etc/libvirt/libvirt.conf in modo da consentire al gruppo libvirt a cui appartiene l’utente oneadmin di usare il demone via socket:

/etc/libvirt/libvirt.conf
listen_tls = 0
listen_tcp = 1
unix_sock_group = "libvirt"
unix_sock_ro_perms = "0777"
unix_sock_rw_perms = "0770"
unix_sock_dir = "/var/run/libvirt"

Ora modifichiamo il file /etc/conf.d/libvirtd

/etc/conf.d/libvirtd
LIBVIRTD_OPTS="--listen"
LIBVIRTD_KVM_SHUTDOWN_MAXWAIT="100"

e avviamo il demone:

rc-update add libvirtd default
/etc/init.d/libvirtd start

Ricordiamoci infine di montare la directory di rete /srv/cloud/one, che normalmente è esportata tramite NFS e di aggiungere l’host all’interno del cloud controller con:

onehost create host01 im_kvm vmm_kvm tm_nfs
mar 222011
 

In questo secondo HowTo eseguiremo una installazione di un nodo computazionale di OpenStack Nova utilizzando Ubuntu Server 10.10 nella versione a 64 bit e un comodo script di autoinstallzione.
Questo HowTo è liberamente tratto da questo articolo.

Per eseguire questo HowTo ammetteremo di aver già installato il cloud controller seguendo le istruzioni del precedente articolo.

Come nel caso precedente, per eseguire i comandi citati in questo articolo, è necessario essere “root”; visto che Ubuntu non consente l’accesso all’utente root, dopo il login utente è necessario lanciare

sudo su -

Innanzi tutto è necessario installare Ubuntu Server base (senza alcun modulo aggiuntivo) sul server, scegliendo la lingua inglese per una questione di compatibilità con lo script di installazione.
Al termine dell’installazione, aggiorniamo il sistema ed installiamo alcuni pacchetti utili per la gestione del server:

apt-get update
apt-get upgrade
apt-get install ssh ntp mc vlan

Utilizzaremo due interfaccie di rete: una “pubblica” attraverso la quale sarà possibile interfacciarsi con le macchine virtuali (eth0 con IP statico 172.16.0.2) e una seconda attraverso la quale il server comunicherà con Internet in dhcp.

/etc/network/interfaces
auto eth0
iface eth0 inet static
    address 172.16.0.2
    netmask 255.255.255.0
auto eth1
iface eth1 inet dhcp

A questo punto riavviamo il server:

reboot

Una volta completato il riavvio procediamo al download dello script di installazione e lanciamolo:

wget --no-check-certificate http://www.hybridclouds.co.uk/OSinstall.sh
bash ./OSinstall.sh -A $(whoami) -T compute -C 172.16.0.1

Come nel precedente esempio aggiungiamo il parametro -N nel caso in cui la rete interna “10.0.0.0″ contenga la vostra reale rete.
Al termine dell’operazione di installazione non c’è null’altro da configurare e il nodo è già operativo. Per verificare l’effettiva funzionalità, sul Cloud Controller eseguire i comandi:

mysql -uroot -pnova nova -e 'select * from services;'
nova-manage service list

Dovreste vedere il vostro nuovo host aggiunto come “compute node”. Nel caso in cui non abbiate un dns che risolva il nome host del compute node, aggiugetelo nel file hosts:

/etc/hosts
172.16.0.1 nova01

Infine sul nuovo compute node andiamo ad allineare il database delle VM con:

nova-manage db sync

L’installazione del sistema è ultimata. Nel caso in cui vogliate aggiungere nuovi nodi al cloud è sufficiente ripetere i passi qui descritti sul nuovo server.

In qualsiasi caso, bisogna sottolineare che in questa installazioni le immagini delle macchine virtuali sono su una directory locale sul cloud controller (/var/lib/nova/images), pertanto non possono essere eseguite su un secondo compute node se non condividendo la directory tramite NFS. Vedremo in un prossimo articolo come utilizzare OpenStack Swift e OpenStack Glance per creare un datastore condiviso per le immagini delle VM.

 

mar 202011
 

In questo HowTo eseguiremo una installazione di test di OpenStack Nova utilizzando Ubuntu Server 10.10 nella versione a 64 bit e un comodo script di autoinstallzione. Nell’HowTo installeremo innanzi tutto quello che sarà il cloud controller ma che ora fungerà anche da server di calcolo.
Questo HowTo è liberamente tratto da questo articolo.

Il cloud controller è il server che si occupa di gestire il cloud. Per semplicità useremo un unico server con un indirizzo ip statico “pubblico” (172.16.0.1), anche se è ovvio che nel caso di installazioni di cloud in produzione, anche questo server dovrà essere ridondato adeguatamente.

Per eseguire i comandi citati in questo articolo, è necessario essere “root”; visto che Ubuntu non consente l’accesso all’utente root, dopo il login utente è necessario lanciare

sudo su -

Innanzi tutto è necessario installare Ubuntu Server base (senza alcun modulo aggiuntivo) sul server, scegliendo la lingua inglese per una questione di compatibilità con lo script di installazione.
Al termine dell’installazione, aggiorniamo il sistema ed installiamo alcuni pacchetti utili per la gestione del server:

apt-get update
apt-get upgrade
apt-get install ssh ntp mc

Utilizzaremo due interfaccie di rete: una “pubblica” attraverso la quale sarà possibile interfacciarsi con le macchine virtuali (eth0) e una seconda attraverso la quale il server comunicherà con Internet in dhcp. Come già detto, nell’esempio utilizzeremo l’ip 172.16.0.1 per ‘interfaccia “pubblica”:

/etc/network/interfaces
auto eth0
iface eth0 inet static
    address 172.16.0.1
    netmask 255.255.255.0
auto eth1
iface eth1 inet dhcp

A questo punto riavviamo il server:

reboot

Una volta completato il riavvio procediamo al download dello script di installazione e lanciamolo:

wget --no-check-certificate http://www.hybridclouds.co.uk/OSinstall.sh
bash ./OSinstall.sh -A $(whoami)

Attenzione: lo script presuppone di installare una rete “privata” per le VM sulla subnet 10.0.0.0/8. Se la vostra rete internet è all’interno della stessa subnet, è necessario modificare il comando di installazione in:

bash ./OSinstall.sh -A $(whoami) -N 192.168.0.0/16

Al termine del processo di installazione, il sistema è completo, per cui procediamo ad un minimo di configurazione in modo da testare il sistema appena installato.

Nel prossimo passo creeremo un nuovo utente, un nuovo progetto e un nuovo certificato per il progetto: l’autenticazione sui progetti di OpenStack avviene sempre utilizzando certificati e non password.

ADMIN=$(whoami)
sudo nova-manage user admin ${ADMIN}
sudo nova-manage project create myproject ${ADMIN}
sudo nova-manage project zipfile myproject ${ADMIN}
mkdir -p cloud/creds
cd cloud/creds
unzip ~/nova.zip
. novarc
cd
euca-add-keypair openstack > ~/cloud/creds/openstack.pem
chmod 0600 cloud/creds/*

OpenStack crea automaticamente delle regole a livello di iptables in modo da bloccare l’accesso via rete alle VM. Creaiamo quindi le regole necessarie per accedere alle nostre VM in SSH e permettere il comando ping:

euca-authorize default -P tcp -p 22 -s 0.0.0.0/0
euca-authorize default -P icmp -t -1:-1

Ora scarichiamo da internet una immagine di test e pubblichiamola sul server:

image="ttylinux-uec-amd64-12.1_2.6.35-22_1.tar.gz"
wget http://smoser.brickies.net/ubuntu/ttylinux-uec/$image
uec-publish-tarball $image mybucket

L’output di quest’ultimo comando sarà simile al seguente:

Fri Mar 18 09:25:56 CET 2011: ====== extracting image ======
kernel : ttylinux-uec-amd64-12.1_2.6.35-22_1-vmlinuz
ramdisk: ttylinux-uec-amd64-12.1_2.6.35-22_1-initrd
image  : ttylinux-uec-amd64-12.1_2.6.35-22_1.img
Fri Mar 18 09:25:56 CET 2011: ====== bundle/upload kernel ======
Fri Mar 18 09:25:58 CET 2011: ====== bundle/upload ramdisk ======
Fri Mar 18 09:26:00 CET 2011: ====== bundle/upload image ======
Fri Mar 18 09:26:03 CET 2011: ====== done ======
emi="ami-771e27bf"; eri="ari-06ab74e9"; eki="aki-604201bc";

Prestare attenzione all’ultima riga: il valore “emi” (ami-771e27bf nel mio caso) è l’identificativo interno della VM. Per avviare la VM, quindi, lanciamo:

euca-run-instances ami-771e27bf -k openstack -t m1.tiny

Sostituendo il primo parametro con il vostro valore di “emi”.
Dopo qualche secondo, lanciamo il seguente comando:

euca-describe-instances
RESERVATION     r-ordxigwy      myproject       default
INSTANCE        i-00000001      ami-771e27bf    192.168.0.3     192.168.0.3    running  openstack (myproject, nova-cc)  0               m1.tiny 2011-03-18T08:26:57Z    nova

Verificare lo stato (running) e l’indirizzo IP assegnato alla macchina (192.168.0.3). Ora verifichiamo l’effettivo funzionamento della VM entrando in SSH dal server:

ssh -i cloud/creds/openstack.pem root@192.168.0.3

Verificato che tutto funzioni regolarmente, usciamo dalla console ssh con

exit

Una VM che “vive” in OpenStack ma alla quale non è possibile accedere dall’esterno può essere utile solo a scopi particolari, ma nella maggior parte dei casi è necessario assegnarle un secondo indirizzo ip “esterno”. Creiamo quindi una nuova subnet all’interno del nostro sistema cloud:

nova-manage floating create cloud1 172.16.0.0/24

e assegnamo alla nostra VM un indirizzo IP “pubblico”:

euca-associate-address -i i-00000001 172.16.0.3

Ora la nostra VM è accessibile anche dall’esterno:

ssh -i cloud/creds/openstack.pem root@172.16.0.3

Ammettiamo ora di avere un PC client linux collegato all’eth0 del cloud con IP 172.16.0.100, ad esempio il PC con il quale avete configurato il sistema. Copiamo quindi i file di autenticazione del progetto su questo PC:

scp -r user@172.16.0.100:cloud/creds .

Lanaciamo nuovamente l’ultimo ssh, questa volta però dal PC client:

ssh -i cloud/creds/openstack.pem root@172.241.0.3

A testimonanza che l’intero progetto è controllabile dall’esterno, lanciamo sul client Linux i seguenti comandi:

sudo apt-get install euca2ools
. cloud/creds/novarc
euca-describe-instances
euca-terminate-instances i-00000001
mar 102011
 

Eccomi a scrivere un articolo meno pratico rispetto alla serie precedente dedicata ai web server, giusto per presentare alcuni dei sistemi di virtualizzazione presenti sul mercato e capirne le peculiarità. Analizzeremo quindi il funzionamento di VMWare ESXi, XEN, OpenVZ e KVM.

VMWare ESXi
VMWare è senza dubbio il leader nel campo della virtualizzazione aziendale. E’ il sistema più datato, quindi il più conosciuto e con il maggior numero di installazioni. Non prenderemo in considerazione le versioni “Workstation” e “Server” in quanto prodotti destinati ad un uso non impegnativo, ma ci concentreremo esclusivamente su ESXi, prodotto di punta della casa.
ESXi, giunto alla versione 4.1, è un prodotto scaricabile liberamente che, nella versione gratuita, permette di creare su un server delle macchine virtuali. Tali macchine si controlleranno attraverso il programma “vSphere client”che è una console che funziona esclusivamente in ambiente Windows attraverso la quale sarà possibile installare e controllare remotamente le VM. Dal sito di VMWare è possibile acquistare delle licenze in grado di abilitare funzionalità avanzate quali il vMotion (spostamento di una macchina virtuale tra più server), backup a caldo e alta affidabilità.
Andando più nel dettaglio, ESXi installa sul server un kernel Linux minimo in grado di pilotare l’hardware del server (bisogna prestare particolare attenzione a questo, in quanto la lista di Hardware compatibile è molto ristretta: ad esempio non sono compatibili i controller Raid software); una volta completato il caricamento del kernel base, viene caricato il “vmkernel” che è un secondo kernel sviluppato da VMWare che interagisce col kernel linux per mettere a disposizione le funzionalità di virtualizzazione.
La tecnologia utilizzata è denominata “Full Virtualization”: il vmkernel si adopera per mettere a disposizione un ambiente hardware virtualizzato via software: una volta creata la VM, difatti, sembrerà di avere un vero e proprio computer con il suo bios, e tutto l’hardware di un computer; in realtà si tratta “solo” di una emoulazione software che, pertanto, ha il difetto di non essere troppo veloce. Difatti, una volta completata l’installazione del sistema operativo di base all’interno della macchina virtuale, è cosa buona e giusta installare i “VMWare Tools” che sono dei driver in grado di dialogare direttamente con il vmkenel bypassando l’emulazione software e rendendo l’ambiente molto più veloce.
Ultima caratteristica degna di nota è il Filesystem VMFS proprietario di VMWare in grado di gestire l’accesso contemporaneo da più server ESXi alle macchine virtuali presenti su una SAN.

XEN
Pochi anni dopo la nascita di VMWare, vede la luce anche XEN. Il luogo comune per denigrare XEN da chi predilige VMWare è che XEN è un sistema giovane: VMWare ESX Server 1.0 è stato rilasciato nel 2001, mentre la prima versione di XEN è del 2003. Entrambi i sistemi, da allora, hanno fatto passi da gigante!
XEN nasce come progetto di ricerca dell’Università di Cambridge per poi divenire una società vera e propria chiamata XENSource, Inc. acquisita nel 2007 da Citrix: lo scopo di XEN è creare un ambiente di virtualizzazione OpenSource e l’idea iniziale ha continuato a rimanere nel tempo nonstante alla base ci sia una azienda con fini di lucro.
In realtà, proprio questa filosofia OpenSource ha portato XEN ad essere il sistema di virtualizzazione più utilizzato da chi offre servizi di virtualizzazione a terzi: un nome su tutti Amazon Elastic Cloud Coumputer (EC2)… una referenza mica da ridere!
Vediamo di chiarire in che modo viene rilasciato XEN:
XEN è “solo” un sistema di virtualizzazione che quindi, per funzionare, deve avere alla base un server Linux. E’ possibile quindi installare una comune distribuzione Linux (per XEN consiglio vivamente Debian oppure OpenSUSE), installare il pacchetto XEN e, successivamente, installare qualsiasi altro pacchetto utile per gestire XEN (ad esempio Heartbeat per l’alta affidabilità).
Esiste una versione commerciale di XEN chiamata XENServer che si presenta in maniera molto simile a VMWare ESXi: viene fornita attraverso un CD autoinstallante che configura automaticamente il computer con Linux, XEN e tutti gli altri pacchetti necessari; inoltre mette a disposizione una console di gestione per Windows (XENClient) simile al VSphere Client, anche se questo sistema è comunque compatibile con console di terze parti anche via web/java. Questa versione commerciale “closed” mette a disposizione tutte le features gratuitamente (spostamento a caldo di macchine, backup ecc.) tranne l’alta affidabilita, per la quale è necessario acquistare la licenza a apgamento. Citrix, dal 2009, mette a disposizione anche Xen Cloud Platform (XCP) che non è altro che la versione Open Source (oltre che free) di XENServer: questa versione la possiamo definire come la “versione di sviluppo” di XENServer ed ha le medesime features e le medisime mancanze (l’alta affidabilità).
Dal punto di vista tecnologico, XEN non crea ambienti in “Full Virtualization” come VMWare, bensì può lavorare in due modi distinti: in Paravirtualization e in Hardware Virtualization.
La paravirtualizzazione è il metodo caratteristico di XEN, ove il sistema operativo client deve essere strutturato appositamente per girare in un ambiente XEN. Tutte le versioni di Linux possono girare in questo tipo di ambiente e dialogare quindi direttamente con XEN: questo sistema permette di avere una migliore densità di macchine virtuali rispetto alla Full Virtualization oltre a garantire standard di sicurezza di livello superiore.
Purtroppo, però, non tutti i sistemi operativi supportano la paravirtualizzazione, pertanto XEN mette a disposizione per questi un secondo metodo: la virtulizzazione Hardware – che vedremo nel dettaglio successivamente quando parleremo di KVM.

OpenVZ
OpenVZ è la versione OpenSource di Virtuozzo. Si tratta di una virtualizzazione del sistema operativo e quindi la limitazione maggiore è causata proprio dal fatto che solo Linux è supportato. Questa tecnica di virtualizzazione si basa su un unico kernel linux che viene condiviso tra le macchine virtuali (tecnicamente chiamate “container”); dalla sua ha il vantaggio che, se paragonato a VMWare e a XEN, è molto più veloce in quanto non è presente l’overhead dell’hypervisor: difatti, da prove di laboratorio, la perdita di prestazioni di un server OpenVZ con una macchina virtuale rispetto ad un server fisico varia dall’ 1% al 3%.
Anche se agli occhi dell’utilizzatore sembrerà di avere un sistema operativo dedicato, risulta però evidente che ciò non è vero e, prorio la mancanza di flessibilità causata dal kernel condiviso, lo rende un sistema adatto solo per situazioni in cui tutti i server virtuali compiano operazioni standard (ad esempio un insieme di web server).

Kernel Virtul Machine (KVM)
KVM è il sistema emergente di virtualizzazione: ha il pregio di essere sviluppato in maniera congiunta da moltissimi produttori Hardware e Software (RedHat, IBM…) per cui sta emergendo in maniera prorompente, ha il difetto che funziona solo su Hardware dell’ultima generazione.
Difatti il metodo prescelto per la virtualizzazione è esclusivamente l’Hardware Virtualization che, per funzionare, necessita di processori Intel con tecnologia VT o AMD-V, cioè con istruzioni dedicate alla virtualizzazione. Punto di forza di KVM è la sua semplicità in quanto, in realtà, KVM non virtualizza nulla: è solamente un modulo Linux (/dev/kvm) che viene utilizzato da un software nello user space (qemu) che offre la virtualizzazione vera e propria. Come XEN, è un prodotto OpenSource ed quindi integrabile con software e librerie di terze parti atte a fornire funzionalità aggiuntive come l’alta affidabilità.

Una breve digressione: openstack
A proprosito di librerie di terze parti che si integrano con XEN e KVM: parliamo di Openstack.
Openstack non è un sistema di virtualizzazione, ma è un sistema che combina differenti tecnologie per realizzare un sistema di Cloud Computing con licenza OpenSource Apache 2.0. OpenStack si compone di due progetti: un sistema di cloud storage (Swift) e un sistema di cloud computing (Nova) alla cui base può esserci indifferentemente XEN o KVM. Se si vogliono replicare in casa i servizi di Amazon e, perchè no, integrare il proprio cloud con cloud esterni nel caso in cui possa servire “una spinta in più” in caso di utilizzo intensivo momentaneo, questa è una possibile soluzione.

mar 032011
 

Un amico ha deciso di dismettere i suoi server in datacenter e, dopo un bel po’ di lavoro per migrare i servizi ospitati, siamo andati a fare il “lavoro fisico” di smontaggio delle macchine. Tra i server smontati spiccava (soprattutto per il peso notevole) un Dell PowerEdge 1955: si tratta di un blade, cioè quella particolare categoria di server formati da un case “stupido” nel quale si inseriscono i server veri e propri (le cosidette “lame”). Questo prodotto, in particolare, permette di alloggiare fino a 10 lame (quindi 10 server) in un case alto sole 6 unità, quindi si ha sia un risparmio sullo spazio occupato all’interno dell’armadio rack, sia un risparmio sui consumi oltre a un consolidamento delle “features” accessorie ai server.
Visto che si tratta di un apparato “interessante”, me ne sono approriato con l’idea di iniziare a sviluppare un sistema per l’affitto di macchine virtuali “stile Amazon”.
Iniziamo dunque ad esplorare dal punto di vista hardware la “lavatrice”:
Vista Fontale

Il server presenta occupate 3 lame su 10, per cui le possibilità di espansione sono notievoli. Ogni lama, in questo caso, è equipaggiata con due CPU Xeon QuadCore, 2 HD da 2,5″ da 140 GB HotSwap in mirror, 4 GB di RAM (un po’ pochina a mio avviso) e 2 schede di rete “virtuali”. Ogni lama frontalmente presenta due pulsanti (uno di accensione e uno per pilotare lo switch KVM intagrato nel case) e un connettore multifinzione a cui è possibile collegare uno speciale convertitore con una porta VGA e due porte USB.

Il retro del case è un esempio di ridondanza: troviamo ben 4 alimentatori, 2 switch ethernet e 2 gruppi di ventole di raffreddamento. Sotto i 2 switch c’è posto per altri due apparati di rete che possono essere altri due switch ethernet o due switch infiniband a seconda della “shceda figlia” montata sulle lame: nel mio caso non si hanno schede aggiuntive sui server, per cui si hanno solo due switch ridondati.
Tra i due alimetatori di destra vediamo gli unici due elementi del case che non sono ridondati (ma, volendo, è possibile farlo): si tratta del modulo DRAC Dell e dello switch KVM.

Approfondendo il discorso networking (che per me all’inizio è stato un po’ incomprensibile), ogni switch del blade ha un bus interno ad alta velocità a 10 porte cui sono già collegate le 10 prese ethernet delle lame con una velocità fissa di 1 Gbit. Verso l’esterno presenta 6 connettori di rete che possono viaggiare a 1-2-4 Gbit: in pratica quindi nel mio caso si hanno 2 switch a 16 porte di cui 10 sono dedicate alle lame dei server e 6 ad apparati esterni. Visto che ogni server ha due schede di rete, la lan 1 è sollegata allo switch 1 e la lan 2 è collegata allo switch 2.

Attraverso il modulo DRAC, invece, è possibile controllare qualsiasi elemento del blade attraverso una connessione di rete. Si ha a disposizione una comoda interfaccia web di gestione attraverso la quale è possibile, ad esempio, accendere o spegnere una lama (o l’intero case: il modulo DRAC è alimentato anche a case spento), oppure lanciare una applet java in grado di dialogare con lo switch KVM per remotizzare il CDRom locale o Monitor/Tastiera/Mouse.


Unico problemino del DRAC è che, ovviamente, per utilizzarlo è necessario conoscere sia l’indirizzo IP sia la username/password. Quanto all’indirizzo IP, è stato facile scoprirlo in quanto conoscevo la classe di IP utilizzata dal mio amico, però quanto alla username e password… picche!

Vediamo quindi come resettare il modulo DRAC del Blade. Innanzi tutto è necessario estrarlo dal blade e localizzare il connettore a jumper (nella foto è in basso verso il centro).

Quando il jumper è posto sulla posizione 13-14, la scheda lavorerà in maniera tradizionale


Per resettare la password del modulo DRAC a quella di default (User: root – Password: calvin), è necessario ponticellare i contatti 3-4, reinserire il modulo DRAC nel case, accendere il case (ma non partitrà), ri-estrarre il modulo, riposizionare il jumper nella posizione originale (13-14) e reinserirlo nel case.

Se si vuole resettare il modulo alle impostazioni di fabbrica (ma non la password) è necessario ponticellare il contatti 7-8 e ripetere l’operazione qui sopra.